Jardin Majorelle, Marrakech.

Marrakech

Ci si può innamorare a prima vista di un luogo?

Chiedo, perché, secondo il mio personalissimo e ufficioso punto di vista, la risposta è assolutamente SI!

Non solo perché i Giardini Majorelle potrebbero essere per gli appassionati di moda tanto iconici quanto la Mecca per un musulmano, ma perché, a tutti gli effetti, i Giardini Majorelle DOVREBBERO essere una meta per tutti, almeno una volta nella vita. Insomma: Yves Saint Laurent sta ai giardini Majorelle così come la Regina Elisabetta sta a Buckingham Palace. Così dovrebbe essere abbastanza chiaro.

E, se la spinta motrice non fosse la moda, chissenefrega. Ci sono mille altri motivi ugualmente validi per prendere un aereo e andare a Marrakech!

Dalla Medina, prendiamo un taxi per bambole, tant’è vero che, per uscire, una volta a destinazione, siamo costretti a lanciarci fuori di testa, ricalcando le orme della Cagnotto sul trampolino, e tutti contemporaneamente, secondo il principio della chiave di volta. Forse, un’auto così piccola non è del tutto adatta ad un gruppo di quattro persone che, messe una sopra l’altra, potrebbero tranquillamente guardare negli occhi un Diplosauro.

Ci aspetta una coda lunga quanto quella prevista per l’entrata agli Uffizi. Soffriggo di impazienza. Sbuffo e mi lamento in continuazione. Ma, varcata la soglia, la trasformazione.

Un’oasi di tranquillità nel caos cittadino, con colori talmente unici da doverne inventare uno per descriverli (il bleu Majorelle, appunto), un’atmosfera a metà tra il set cinematografico e un luogo incantato. Se quello che voleva il Sig. Majorelle negli anni ’30 era un luogo in cui rifugiarsi e farsi venire l’ispirazione per dipingere, in cui il mondo islamico, la botanica, la luce e i colori fossero mixati in maniera così perfetta da non avere eguali in nessun altro luogo, direi che è riuscito alla grande nel suo intento.

Così, dopo una visita al Museè Yves Saint Laurent, durante la quale apprendo che, camminando per i roseti del giardino, potrò ispirare atomi dello stilista (si è innamorato così tanto di questo luogo da comprarlo in stato di abbandono negli anni 80 ed ha voluto che le sue ceneri fossero disperse proprio qua), le mie sinapsi vanno in trance agonistica e si danno da fare con i doppi turni di lavoro per dare modo agli occhi di percepire tutta la bellezza che ci circonda.

Con ancora un briciolo di lucidità, o forse dopo che l’ho persa tutta, non perdo occasione per far sapere a Yves (ci tenevo particolarmente) che le sue Tribtoo saranno pure le decolletè più femminili e riconoscibili di sempre, ma sono le più scomode che il mio piedino da Cenerentola abbia mai abitato.

Passeggio tra corsi d’acqua, ponti, fiori di loto. Gioco con dei pesci rossi. Mi innamoro di ogni singola pianta grassa (ho un debole grande quanto la Kamchatka per le piante grasse), mi perdo in mezzo al bambù e gioco col sole che si nasconde tra le palme; godo della vista dei colori complementari, mi siedo sui gradini di una scala che sembra bidimensionale e per un attimo mi sento come in un cartone animato.

Perdo la cognizione del tempo, come sempre mi succede quando sto davvero bene in un luogo. Perdo i miei compagni di viaggio, che ormai mi conoscono e sanno che devo sempre farmi riconoscere. Mi commuovo. Perdo anche la dignità. Mi ricompongo. Ispiro un’ultima volta e fotografo con lo sguardo la polaroid che archivierò sotto la voce “ricordi meravigliosi di luoghi ancora più meravigliosi”. Esco e, lasciandomi alle spalle i cinguettii di uccelli esotici, torno ad essere la solita insensibile e sarcastica e pungente Elena di sempre, pronta a litigare con i taxisti per il rientro nella Medina.